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L’automediazione e il metodo di studio
Annamaria Gallo


1) Saper studiare è una capacità considerata fondamentale per il successo scolastico. Ma non è sempre facile capire cosa significhi in pratica quando si sente dire:”Quell’allievo sa studiare, possiede un buon metodo di studio “. E’ possibile spiegare a quali capacità si riferisce quest’espressione? Cosa vuol dire “avere un buon metodo”?

Certamente si. Le scienze dell’educazione studiano da circa quarant’anni per capire quali abilità possegga e sviluppi chi “sa studiare”, chi riesce a imparare facilmente, chi, insomma , ha “successo scolastico”. In generale possiamo affermare che la parola “metodo” in questo ambito si riferisce soprattutto alla capacità di saper organizzare tutte le attività che lo studio richiede, per mezzo della riflessione sugli scopi che ci si prefigge, utilizzando al meglio le risorse che si hanno a disposizione.
Riflettere significa non affidarsi all’impulsività e al caso, ma pensare con calma ;con la parola “risorse” intendiamo le capacità che già possediamo dentro di noi e anche tutti gli “aiuti” che possiamo utilizzare, che ci sono offerti dai libri , dall’ambiente che ci creiamo quando studiamo.


2) Organizzare e riflettere sono attività di una certa complessità: potrebbero sembrare adatte solo ad alunni già bravi! Come è possibile avviare in questa direzione studenti “difficili”?

Ogni insegnante potrebbe osservare che studenti problematici per le attività scolastiche si rivelano abilissimi in ciò che li interessa, più abili dell’insegnante, per esempio nell’uso di apparecchiature informatiche.
Questo significa che spesso le risorse intellettive delle persone restano come nascoste, appaiono solo quando la situazione che è “motivante”, interessante. Perciò “organizzare e riflettere” sono attività mentali che tutti gli studenti possono esercitare, opportunamente indirizzati, “mediati”, per esprimerci con un termine che già conosciamo.
Gli educatori hanno un ruolo fondamentale nel far emergere e indirizzare i bisogni e le potenzialità di chi è loro affidato. Il primo passo è la creazione di un ambiente adatto, dentro e fuori di noi.
Dentro abbiamo bisogno di sentire la “spinta”, la motivazione a studiare. E’ necessario inquadrare le attività di studio nell’ambito del nostro percorso di vita. Sentirle come parte delle mie personali scelte. Fin da bambini è necessario costruire il significato di ciò che si fa; chiedersi :”perché, a cosa serve, per quale scopo sto facendo questo ?”
La motivazione è indispensabile ed è il contesto del metodo. L’ambiente “fuori “ di noi che dobbiamo costruire implica invece imparare a organizzare, a programmare il tempo e lo spazio.
Sarà difficile imparare dieci capitoli di storia se pretendo di farlo in tre giorni, o memorizzare qualcosa se studio in un luogo di passaggio continuo di persone!
Ci occorrono dunque motivazione, spazi e tempi adeguati. E siamo finalmente pronti a mettere in atto tutte le nostre strategie (una parola che già conosciamo). Occorre saper utilizzare nel miglior modo le strategie “spontanee” e imparare quelle più utili, per poter meglio comprender il testo, per memorizzare, per comunicare con maggior efficacia.


3) Strategie per apprendere : alcune le abbiamo già, altre si possono insegnare? Ma esistono programmi di insegnamento ben sperimentati a cui gli educatori possano riferirsi?

Certamente, molte strategie di apprendimento sono state identificate con chiarezza ed esistono precisi modelli di riferimento per poterle insegnare con successo. Molte strategie, per non dire quasi tutte, sono potenzialmente già possedute dalla nostra mente.

Si tratta di renderci consapevoli delle nostre potenzialità , e acquisire buone abitudini cognitive.

Per esempio, utilizzo spontaneamente la lettura selettiva quando cerco il mio treno sul tabellone della stazione.
Posso utilizzare questa stessa strategia per rintracciare velocemente informazioni specifiche su un testo di molte pagine. Ma devo essere consapevole, saper rispondere alla domanda:”come ho fatto a fare quella cosa?” per applicare le stesse procedure in un’altra situazione.


4) Allora la persona ha bisogno di un insegnamento nel senso indicato prima, quello della “mediazione”: l’allievo in questo senso non sta certo ad aspettare di essere istruito. Sembra che il suo ruolo sia attivo sempre, anche nel senso di scegliere il modo di studiare più adatto per sé. E’ così?

Si, è ciò che chiamiamo “automediazione”. Impariamo a diventare consapevoli dei motivi per cui ci troviamo in difficoltà, a riconoscere le strategie vincenti,. Impariamo, prima con la mediazione dell’educatore, poi da soli, a riconoscere i modi più adatti per comprendere ciò che leggiamo, ciò che ascoltiamo, per ricordare. Per esempio, se mi accorgo di ricordare meglio mediante la vista, mi aiuterò con le immagini; se sono consapevole di perdermi nei dettagli, mi aiuterò facendo delle sintesi.
Ognuno può ulteriormente potenziare le sue capacità riflettendo sulle sue caratteristiche cognitive per riconoscere i punti forti e quelli da sviluppare.


5) Acquisire consapevolezza sulle proprie capacità, imparare a organizzare le proprie attività. Ma ciò può essere utile davvero anche a quelle persone che hanno vissuto esperienze di insuccesso scolastico e che hanno quasi perso la speranza di uscirne? Quelli che si sentono ormai come governati da forze esterne, come se fossero “pedine” ?

E’ necessario uscire dal circolo vizioso che a volte imprigiona : queste persone pensano: ”io riesco male a scuola per colpa degli altri, io non ce la posso fare”. Quando invece scoprono finalmente che in realtà hanno delle capacità , che possono avere esperienze di successo, ecco che cambiano l’immagine che hanno di loro stessi e migliorano la loro autostima. Questo processo porta a un miglioramento nell’apprendimento e si instaura un circolo virtuoso, che conduce finalmente all’autonomia.












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